|
|
|
|
Elenco degli argomenti: - CRM e fidelizzazione del cliente in tempo di crisi - Una visione "cliente-centrica" dell'impresa
- - -
C.R.M.
e fidelizzazione del cliente in tempo di crisi In tempi di crisi è
naturale che le aziende puntino al riequilibrio dei costi e ricavi
riducendo, talvolta drasticamente, tutti i costi
non strettamente legati al processo produttivo “di
sopravvivenza”. Difficilmente, inoltre, si avviano nuovi
progetti siano essi di carattere organizzativo (es.: acquisizione nuovi
programmi o sostituzione sistema
informatico) che commerciale (es.: razionalizzazione o formazione della
forza di vendita).
Nel contempo, inoltre, le organizzazioni tendono a ridurre anche i costi legati ai servizi verso la clientela e a quelli di supporto alla vendita (es.: spese di marketing, pubblicità, cataloghi, ecc.). Il taglio di quest’ultime tipologie di spesa ha però un effetto negativo immediato, spesso superiore, in termini monetari, al recupero di spesa effettuato: la disaffezione e, molto spesso, la perdita stessa del cliente, che percepisce una forte diminuzione del valore attribuitogli dall’azienda fornitrice. Inutile quindi sottolineare l’importanza, anche e soprattutto in momenti di recessione economica, di una reale e corretta fidelizzazione del cliente e basata, principalmente, su due punti: 1. la necessità di un equilibrio degli obiettivi ed interessi tra cliente e fornitore; 2. la realizzazione di un’approfondita conoscenza del proprio cliente e delle sue molteplici interazioni con le strutture aziendali (CRM). Questo nuovo approccio potrà inoltre avere altri benefici reali, quali – ad esempio: • essere meno esposti agli attacchi della concorrenza; • migliorare la redditività del cliente, in generale, con un aumento del cross-selling; • ottimizzare il ritorno delle campagne di vendita e, in generale, tutti i processi di mass-marketing • consentire al cliente di avere un ruolo più attivo nella relazione col fornitore e, di conseguenza, ottenere un migliore servizio. Anche in tempi di crisi, dunque, un investimento mirato, magari graduato e sicuramente proporzionato alle dimensioni aziendali, orientato al consolidamento e alla valorizzazione della propria clientela potrebbe essere non solo più che giustificato e vantaggioso per l’impresa, ma anche costituire un concreto elemento di vantaggio competitivo sulla concorrenza. E quindi anche ad essere pronti per la ripresa economica. 20/07/2009 - - - -
In
entrambe le esperienze l’obiettivo era comunque simile:
aiutare le aziende a
migliorare la conoscenza del loro mercato, in generale, e del loro
singolo
cliente, in particolare, al fine di instaurare un rapporto
“cliente-azienda” sinergico
e fidelizzato, che avrebbe portato, in breve tempo, anche dei
significativi
vantaggi in termini finanziari. E ciò
non solo aumentando le possibili vendite, ma migliorando la
qualità di tutta
l’attività commerciale e di marketing, dalla
campagna all’attività di
promozione, dalla gestione degli eventi di comunicazione alla visita
diretta. A
parità di obiettivi commerciali, però, mi sono
anche accorto che l’importanza di
un sistema di CRM aumentava
significativamente passando, via via, da
aziende di prodotto ad aziende di servizi e diventando
addirittura “strategico”
nel caso di servizi intangibili o ad alta componente emotiva. La
conoscenza approfondita del cliente, l’analisi dei suoi
comportamenti ed il suo
coinvolgimento nelle attività aziendali (news, progetti,
incontri, ecc.)
diventava – a questo punto - fondamentale se il prodotto non
aveva fisicità o,
comunque, quando questa era di gran lunga meno importante di altri
fattori
(qualità, marchio, status di appartenenza) molto
più in alto sulla scala dei bisogni. La
conclusione, forse un po’ estrema, alla quale sono arrivato
è che un buon
sistema di CRM, sufficientemente flessibile per poter essere integrato
e
personalizzato adeguatamente al singolo caso, potrebbe essere
addirittura
“vitale” per chi, pur effettuando comunque una vera
e propria attività di
marketing, “non vende nulla al cliente”, ma si
limita – come nel caso
dell’attività di fundraising tipica delle associazioni
“no profit” – a chiedere un
contributo per una causa o un progetto. Pur
non “acquistando” nulla, in effetti, il donatore
è assimilabile in tutto e per
tutto al cliente di un’azienda commerciale che, se trascurato
o non coinvolto
in qualche attività (un progetto, un obiettivo), cessa di
rivolgere la propria
attenzione a quell’azienda, esattamente come quel cliente
che, non
adeguatamente fidelizzato o demotivato dalla scarsa attenzione nei suoi
confronti, si rivolge ben presto alla concorrenza. D’altro
canto (esattamente come in una azienda che guarda al profitto) anche un’associazione “no
profit” deve poter svolgere:
Non
è tuttavia pensabile, per l’organizzazione di una
Onlus, poter gestire tutto
questo solamente mediante soluzioni di produttività
individuale (fogli
elettronici, word processor, o un gestore di contatti); nemmeno il
piccolo database
“fai da te”,
quasi sempre realizzato
da un volontario con tutte le migliori intenzioni, può avere
la necessaria
integrazione di funzioni e di informazioni tale da evitare, non solo
perdite di
tempo e duplicazioni di dati, ma vera e propria inefficienza e perdita
di
opportunità preziose. Occorre
uno strumento specifico, fortemente simile ad uno dei sistemi di CRM
adottati
dalle aziende commerciali. 30/08/2009 - - - - Una visione "Cliente-centrica" dell'impresa Adottare un CRM in Azienda non ha assolutamente nessuna relazione con l'acquisizione di un nuovo software. Significa adottare una visione aziendale completamente orientata al Customer Relationship Management, cioè intervenire - talvolta pesantemente - sulle strutture organizzative, commerciali e produttive dell'azienda al fine di spostare l'attenzione primaria dal "Prodotto" al "Cliente". Ci rendiamo conto che dopo anni di politica aziendale incentrata quasi esclusivamente sulla capacità produttiva e sulla qualità del prodotto, quest'ultima affermazione possa sembrare strana. E comunque - va anche detto - che l'attenzione alla qualità del prodotto (prescidendo dalle norme ISO o VISION che dir si voglia!) deve sicuramente esserci, pena l'immediata perdita di competitività, vista anche la presenza ormai diffusa - in tutti i settori - di numerosissimi competitors. Il fatto è che la globalizzazione, che ha unificato - di fatto - i mercati mondiali in un unico grande scenario commerciale, ha evidenziato come alcuni operatori, soprattutto dei paesi emergenti, abbiano saputo raggiungere - in moltissimi campi - standard generali di qualità sul prodotto estramamente alti (vedi ad esempio la microelettronica orientale). A questo punto, di conseguenza, il competere SOLO sulla qualità del prodotto è, per chi come noi ha un elevato costo di produzione e della manodopera, estremamente difficoltoso e, alla lunga, perdente. Il problema è che per anni, nei momenti di boom economico, abbiamo sempre trascurato e sottovalutato la variabile "Cliente". Molto spesso quest'ultimo era solo "un pollo da spennare", ed il marketing era fondamentalmente orientato a tutte quelle metodologie atte ad aumentare il volume delle vendite, a prescindere dal cercare di creare una relazione stabile e di collaborazione con la propria clientela. Gli stessi strumenti informatici di analisi (Business Intelligence, CRM strategici, Data Mining e Forecasting, ecc.) era più adatti ad individuare nuovi cluster di poteziali clienti, fascie di mercato poco influenzate, possibilità di "cross-selling", anzichè, come sarebbe stato giusto (ed è ora ormai necessario), per "conoscere" il proprio Cliente, stabilire un rapporto collaborativo, anticipare le sue richieste ed aspettative in modo corretto e con interessi paritetici. Abbiamo invero assistito a moltissimi tentativi, supportati dalla tecnologia, per "fidelizzare" il cliente (fidelity card, finanziamenti rateali, raccolte premio, ecc.), ma - personalmente - ci sono sembrati più che altro metodologie per aumentare il "switching-cost", il costo per cambiare, anzichè reali strumenti di "customer relationship management", di gestione della relazione col proprio cliente. Occorre un cambio di mentalità (leggi: cultura) che intervenga pesantemente "top-down" (dalla proprietà in giù) sull'organizzazione delle nostre aziende, soprattutto nelle aree apparentemente più ricche (es.: nord-est). Affrontare questo cambiamento solo considerandolo un problema tecnologico (di hardware e di software) e forse l'approccio più sbagliato.
per altri approfondimenti vedere anche il sito del team a cui aderisco e cioè: http://www.tvn.it/News.asp
|